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Veg/Glute-free

Fagiolo di Acquaviva di Isernia in due consistenze, polenta grigliata, cialda di Parmigiano Reggiano e pepe nero, limone, salvia e olio extravergine di oliva.

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La spesa | per 4 persone >

  • 240 gr di fagioli di Acquaviva di Isernia
  • 100 gr di farina di mais
  • 500 ml di acqua
  • 80 gr di Parmigiano Reggiano
  • 1 scalogno
  • 1 carota
  • 2 patate di media grandezza
  • 1 spicchio di aglio
  • foglie tenere di salvia (cime)
  • 1/2 limone
  • sale, pepe, olio extravergine di oliva

 

Procedimento >

I fagioli: mettete in ammollo i fagioli per circa 8 ore.
Poi sciacquateli sotto l’acqua corrente e metteteli in un tegame di media grandezza (26 cm ca. di diametro), ricoperti di acqua fredda (il livello deve superare almeno di 3 dita i fagioli). Aggiungete la cipolla e l’aglio tritati, la carota e le patate intere e il rametto di rosmarino, accendete il fuoco (che dal bollore dovrà essere molto dolce) e lasciate cuocere per circa 45 minuti. Una volta cotti i fagioli, mettetene da parte 1/3, mantenendoli ricoperti di brodo fino all’impiattamento, per evitare che si secchino. Il resto, frullateli con un frullatore ad immersione, aggiungendo 2 cucchiai d’olio per emulsionare e un paio di foglie di salvia. Prima di questa operazione, eliminate il rametto di rosmarino e gli eventuali aghi che possono essersi staccati da esso durante la cottura.

La polenta: versate “a pioggia” la farina nell’acqua salata in ebollizione, mescolando accuratamente con una frusta. Fate cuocere per 45 minuti, mescolando di tanto in tanto e spegnete il fuoco non appena la polenta inizia a staccarsi dai bordi della pentola. Versate la polenta in una teglia rettangolare unta d’olio; livellatela scuotendo la teglia e dando dei colpetti con il palmo della mano sul fondo e lasciatela raffreddare. Una volta fredda e ben compatta, formate dei dischi con un coppapasta. Disponete i dischi di polenta su una griglia (meglio se in ghisa) molto calda e cuocetele 5 minuti per lato.

La cialda: in un padellino antiaderente di circa 12 cm di diametro, sistemate un velo di Parmigiano Reggiano grattugiano a scaglie finissime. Mettete su fuoco dolce e aspettate che si dori per bene; aggiungete un velo di pepe nero macinato al momento; girate delicatamente il disco e fate rosolare per altri 10 secondi. Ripetete l’operazione per le altre cialde, pulendo e raffreddando il padellino ogni volta.

 

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In un piatto fondo molto largo, versate la crema di fagioli, tanta da coprire il fondo una volta livellata (dando dei colpetti con il palmo della mano sul fondo così come abbiamo fatto in precedenza per la polenta). Adagiate al centro il disco di polenta; aggiungete un cucchiaio di fagioli interi, che avremo scolato dal brodo e condito con una spruzzata di succo di limone e un filo di olio extravergine di oliva; adagiate una cialda di Parmigiano Reggiano spezzata a metà; disponete alcune foglie tenere di salvia sulla crema, aiutandovi con una pinza; terminate il piatto con due giri di olio extravergine di oliva.

Bon appétit!

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Approfondimenti:

Il fagiolo di Acquaviva di Isernia è coltivato dai 500 ai 750 m di altezza, sui primi rilievi preappenninici, nella zona del bacino del fiume Volturno. Storicamente i migliori risultati si hanno sulle coltivazioni lungo il torrente Rio, uno degli affluenti del Volturno. Il terreno fertile e ricco di acqua favorisce lo sviluppo di amido nel seme e riduce lo spessore del tegumento. La produzione del fagiolo di Acquaviva è autoctona molisana, riconducibile a due ecotipi selezionati nei secoli dai contadini locali. L’ecotipo detto “confetto” è di colore bianco tipico del dolciume, ha una forma simile ad una grossa perla, il suo baccello è chiaro, largo e lungo. Accanto alla tipologia detta “a confetto”, esistono vari ecotipi: il fagiolo giallo (un borlotto di colore beige) e il fagiolo “della Regina” (più grande, bianco e dalla forma schiacciata). Il seme, patrimonio inestimabile della memoria, è tramandato da generazioni.
La semina avviene nella prima decade di giugno, con 2 o 3 semi per buca a 3/5 cm di profondità, sui solchi distanti 40/45 cm l’uno dall’altro. Si osserva una distanza di 10/15 cm tra una pianta e l’altra. Predilige terreni drenati e sciolti. Richiede irrigazioni con turni settimanali, una zappettatura e una sarchiatura, nessun trattamento fitosanitario ma delle concimazioni, meglio se organiche. La vegetazione che sviluppa nella fase di crescita va supportata con l’uso delle canne. La raccolta manuale avviene tra fine settembre inizio ottobre, quando le piante raggiungono un certo grado di essiccazione e si completa curando il processo di essiccazione dei vari baccelli. Seguono la sgranatura e calibratura manuale con setacci a maglia larga.
Il fagiolo è di alta qualità ed è ricercato per la sua estrema facilità alla cottura ed è cremoso dal sapore delicato. Il prodotto è di facile abbinamento ai piatti a base di pesce. La cottura per tradizione avviene nella pignata posta vicino al camino. La ricetta tipica di Acquaviva è “sagn e fascuol”: piatto semplice e povero della cultura locale che unisce pasta fatta a mano senza uova al gusto cremoso del fagiolo (in questo caso, l’ecotipo giallo), con l’aggiunta di cipolla fritta.
[Tratto dal sito fondazioneslowfood.com]

Il panzariello è orgogliosissimo di collaborare con Coltivo Cultura, un progetto dell’Associazione La Scorpella di Acquaviva d’Isernia (IS), nato per attivare un programma di iniziative finalizzate alla valorizzazione del fagiolo di Acquaviva.
Il progetto nasce dopo aver capito che ad una notevole domanda di acquisto del prodotto, non corrisponde un’offerta efficace in grado di soddisfarla; la fotografia sviluppata da Coltivo Cultura, rileva, inoltre, che la produzione del legume (circoscritta a pochi contadini locali afferenti alle fasce di età più avanzate) rischia di scomparire, portando via con sé tutto quel patrimonio immateriale fatto di tecniche e saperi tradizionali, affinati nel corso dei secoli dalla comunità locale e che hanno dato vita ad un prodotto di alta qualità.
Punta di diamante di tutte le iniziative è, senza dubbio, Riattiva un terrenoattraverso un censimento dei terreni privati inutilizzati a valenza agricola e presenti nel territorio comunale, per la raccolta 2016, sono stati assegnati a nuovi agricoltori diversi campi incolti ormai da anni: questo ha permesso di aumentare la produzione di fagioli di Acquaviva e rispondere in modo efficace ad una domanda sempre crescente del prodotto. Coltivo Cultura ha creato uno strumento che si pone come punto di incontro tra coloro che sono in possesso di un terreno inutilizzato e intendono renderlo disponibile per la produzione di fagioli di Acquaviva, e coloro che invece vogliono coltivare e dare nuova vita a queste terre. La piattaforma aspira ad essere un database comunale, integrato dalle informazioni e dalle testimonianze dirette della comunità, promuovendo nuove forme di monitoraggio del territorio.

Per saperne di più, visita il sito Coltivo Cultura.
L’associazione è anche su Facebook. Per raggiungere il loro profilo, clicca qui.

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La crema di melanzane, se usata fredda, è ottima per i crostini di pane e per accompagnare formaggi e tortillas; calda invece, è un condimento sfizioso per la pasta.

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La spesa | per 2 persone:

  • 2 melanzane
  • 2 cucchiai di formaggio di capra fresco
  • mezzo spicchio di aglio
  • il succo di mezzo limone
  • mezzo habanero essiccato
  • 10 foglie di menta
  • sale
  • olio evo

Procedimento:

Taglio a fette sulla lunghezza le melanzane; le bucherello con una forchetta, le cospargo di sale e le infornale per 30 min a 180°C su una teglia rivestita di carta forno.
In un mixer (meglio se con lama azionata “a mano”), metto le melanzane fredde e sfilacciate, l’aglio, l’habanero essiccato (senza filamenti e semi), la menta, il formaggio di capra fresco, il succo di limone e trito il tutto.
Emulsiono, infine, con olio evo, quanto basta per rendere la crema liscia e un po’ spumosa.

Il biancomangiare è un dolce tipico della Sicilia, compreso nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T) del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (Mipaaf). Diffuso anche in altre regioni italiane, soprattutto in Valle d’Aosta ed in Sardegna, dove viene chiamato “papai-biancu”, in passato non era una ricetta specifica, ma una preparazione medievale basata sulle presunte qualità del colore bianco, simbolo di purezza e ascetismo. Cibo destinato alle classi superiori, prese il nome dal colore degli ingredienti che prevalevano nella sua elaborazione, come petto di pollo, latte, mandorle, riso, zucchero, lardo, zenzero bianco, ecc. Oggi il biancomangiare è prevalentemente conosciuto come dolce: l’ingrediente principale è la mandorla e la regione italiana in cui viene preparato prevalentemente è la Sicilia.

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La spesa | per 6-8 persone

  • 1 litro di latte di mandorla
  • 120 gr di zucchero semolato
  • 150 gr di amido di mais
  • la buccia di un arancia
  • Marmellata di arance
  • 1 rametto di rosmarino (e i suoi fiori)

Preparazione:

Scaldare il latte (tenendone da parte 1/2 tazza) con la buccia dell’arancia e lo zucchero. Sciogliere l’amido nella 1/2 tazza di latte, versare il composto nel latte caldo e lasciare addensare mescolando spesso. Levare la buccia d’arancia e versare la crema nelle singole ciotole. Far raffreddare in frigorifero per almeno 5-6 ore. Al momento di servire, guarnire il biancomangiare con i fiori di rosmarino e accompagnarlo con un cucchiaio di marmellata di arance.

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Seppie e mozzarella di bufala su crema di latte al nero.
Ricetta gluten-free.

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La spesa | per 2 persone:

  • 2 seppie
  • 1 mozzarella di bufala campana
  • 10 olive taggiasche in salamoia
  • 500 ml di latte intero
  • 1 cucchiaio di farina di riso
  • 1 cucchiaio di nero di seppia
  • Olio EVO (qb)
  • Sale (qb)
  • Pepe in grani (qb)


Procedimento:
Mettere a scaldare il latte con un pizzico di sale. Quando il liquido sarà tiepido, aggiungere a pioggia la farina di riso (con un setaccio) e mescola ininterrottamente con una frusta fino a bollore. Aggiungere il nero di seppia e lasciar raffreddare completamente.
Pulire le seppie e scottarle in padella (solo i filetti) per pochi minuti.
Una volta cotte, ricavarne dei quadratini ci circa 0,5 cm per 0,5 cm.
Tagliare la mozzarella (lasciata fuori dall’acqua di governo e messa a sgocciolare in un colino per circa un ora) in cubetti da circa 1 cm.
Denocciolare le olive (dopo averle sciacquate abbondantemente con acqua corrente) e tritarle finemente con un coltello.

Composizione:
Su un piatto fondo, adagiare la crema di latte al nero di seppia e sistemare le seppie e la mozzarella in maniera armoniosa, concludendo con una spolverata del trito di olive, il pepe macinato e un filo di olio EVO.

Vino consigliato:
“Pian di Stio”, Fiano Paestum Igp 2013 (Azienda Agricola “San Salvatore”)

 

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Pelare le carote e le patate.

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Grattugiare finemente.

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Mettere a bollire acqua salata con un filo d’olio. Una volta portata ad ebollizione, aggiungere le carote e le patate grattugiate. Cuocere per circa 30 minuti a fuoco basso.

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Sciogliere il burro con uno scalogno e soffriggere.

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Aggiungere gli spinaci e far appassire. Aggiungere il riso. Portare a cottura aggiungendo volta per volta il brodo di patate e carote.

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A poco dalla cottura completa del riso, aggiungere il Parmigiano Reggiano e coprire. Far riposare 10 minuti.

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Aggiustare di sale, spolverare di pepe, mantecare con una noce di burro e servire.

P.S.: benvenuta piccola Sara : *

Il sciusciello ricorda molto la tiedda, la zuppetta di latte, uova e prezzemolo, che al paese di mia madre, Casalvelino ‘Capoluogo’, si fa da che si ha ricordo il giorno dell’Ascensione, «quando —mi racconta— chi aveva le capre donava il latte a chi non ne aveva per “omaggiare” la Madonna che, si narra, ‘in quel tempo’, fece la stessa cosa» (addirittura, mi dice, c’è qualcuno che sostiene che la ricetta della Tiedda sia proprio di Maria).
Ma quella della tiedda “e un’altra storia e si dovrà raccontare un’altra volta”.

A casa mia si chiama “sciusciello”. Mia madre lo chiama così, nonna Teresa (Pinto, il cognome) lo chiamava così. A Casalvelino, insomma, lo chiamano così. Ed è la zuppa di asparagi selvatici e uova (alcuni aggiungono anche patate e carciofi, altri anche i piselli)

Di una facilità spaventosa, è uno dei miei piatti preferiti e in famiglia la versione che si tramanda è quella con patate, carciofi ed asparagi selvatici:
in una casseruola a fondo alto si mette a soffriggere uno spicchio d’aglio con un filo d’olio (che poi si andrà a togliere prima di aggiungere gli altri ingredienti); poi si aggiungono le patate tagliate a dadini piccolissimi, i cuori di carciofo e le punte di asparago selvatico. Si aggiunge acqua calda salata e dopo aver portato tutto ad ebollizione, si alza il fuoco, si versa un uovo sbattuto con un trito finissimo di prezzemolo e si lascia riposare con coperchio per circa 10 minuti.
Una bomba di gusto. Ogni ingrediente conserva il suo sapore e il mix al palato è intenso e persistente.

Mi sono divertita con l’impiattamento usando un coppapasta e aggiungendo il mio immancabile peperoncino ma se gustato con molta acqua di cottura è ancora più buono!

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Per 6 persone.

Metto a bollire in acqua salata (quantità a coprire gli ingredienti) con un filo d’olio,
3 patate silane tagliate a tocchetti piccoli,
200 gr di zucca -anch’essa tagliata a cubetti-,
mezzo cavolfiore (circa 300gr) sminuzzato,
4 pomodori tondi insalatari (che successivamente spellerò),
2 scalogni tritati,
uno spicchio d’aglio.
Fuoco bassissimo per circa 2 ore (tutti gli ingredienti dovranno cuocere fino a formare un amalgama).

Nel frattempo, faccio bollire 20 castagne -su cui ho praticato un taglio sulla buccia- a partire da acqua fredda per 45 min ca., con alloro e finocchietto selvatico. Successivamente le sbuccio, le pelo e le passo al setaccio.
Unisco alla zuppa e schiaccio ripetutamente con lo schiacciapatate a paletta direttamente nel tegame, continuando a tenerlo sul fuoco bassissimo.
Per un risultato più vellutato, passate il tutto al passaverdure (o, più tristemente, al frullatore ad immersione).

Aggiungo prezzemolo riccio tritato, olio EVO e, una volta impiattato, Parmigiano Reggiano.

Piesse: mica vi devo dire come si fanno i crostini di pane?!