È stata la mano di Tony Granieri

È sempre molto complicato spiegare la mia idea di “buona cucina”. Spesso mi chiedono «qual è la tua cucina preferita?», intesa come cucina di un determinato Paese, regione, territorio. Ed infatti con una cucina specifica rispondo, a seconda degli umori papillari del periodo. La verità, però, è che la mia risposta scade in una verità misera e incompleta: nella mia più calda e passionale immaginazione, invece, c’è una me che prepara l’interlocutore ad un monologo biblico, certamente articolato male e povero di termini esplicativi, in cui cerco di chiarire la mia idea di buona cucina (da fare e da mangiare), che si stacca dalla retorica della catalogazione storica e geografica e prende vie tortuose e ripide che passano attraverso sensi, consistenze, temperature, composizioni, connessioni. In quella risposta ideale riesco a chiarire che per me la cucina è cucina tutta, è personale e sconfinata, non necessita di etichette e non vive di sola tradizione e/o innovazione. La cucina è fatta di mistero, di sfumature, di chimica e matematica, di mastodontiche incomprensioni e di inaspettate conquiste. È l’arte primordiale di creare il complesso partendo dal semplice. Ecco, su quest’ultimo concetto dovrei fermarmi e approfondire, così da rendere questo scritto una base solida per strutturare la mia risposta perfetta da sfoggiare in futuro. Perché è proprio davanti alla magia della trasformazione che mi fermo e mi abbandono. I miei dizionari, però, restano alquanto limitati e confusi. Ho pensato, quindi, di riassumere tutte queste nozioni, identificando una risposta che non indirizzi alla tradizione e alla cultura gastronomica di un dato posto del mondo, bensì al pensiero, al genio e all’estro di uno chef che è capace di mettere nello stesso piatto la cultura di un luogo, il ritorno alla sua essenza e il concetto di stagionalità che si trasforma in estetica e in innovazione. Ed è proprio dall’innovazione che parte il viaggio gustativo verso memorie radicate ma, inversamente, anche verso ricordi solo immaginati e sorprendenti, che raccontano storie di persone, di luoghi, di momenti lenti e di storie fatte di cuore e pazienza. È stata la sua mano a farmi innamorare di un concetto di cucina che finora pensavo essere inarrivabile e impraticabile qui nel nostro territorio. Una mano che riesce ad autobiografare un piatto, che “può essere ferro e può essere piuma”, che ti scuote e ti culla.

E niente, alla fine volevo solo provare a bene ad una domanda e dopo tutto questo strambo sproloquio, penso che quel riassunto di cui parlavo prima finalmente possa essere concretizzato così: Qual è la mia cucina preferita? Quella di Tony Granieri.

Entrée
Entrée
Hummus di ceci, baccalà, pil pil e peperone arrosto
Tonno di coniglio all’insalata, babaganoush, scarola e mayo di borlotti
Tartare di manzo, burrata al sesamo e limone, San Marzano arrosto
Spaghettone “Matt” monograno Felicetti, mandorla, vongole e olio alle foglie di fico
Spiralotti Senatore Cappelli, piselli, seppia e il suo nero
Polpo scottato al tosazu, crema di scarola imbottita e crumble di mandorla al serpentino
Spalla di agnello al curry e caponata al miele
Idea di crostatina al mango e frutta fresca
Cioccolati e passion fruit

La cucina di chef Granieri potete goderla in un posto incantevole, il resort agriturismo Maliandi, a San Pietro al Tanagro, nel Vallo di Diano. Una tenuta immersa nella natura tra uliveti e boschi incontaminati, dove il design ricercato vive in sinergia con la natura più autentica.

Resort Agriturismo Maliandi
San Pietro al Tanagro (Sa)
Via Tempa Dietro Difesa
Campania, Italia
Tel: 3478032569
E-mail: info@maliandi.it

Lascia un commento