Due voci della stessa piazza, due piatti della stessa terra: il racconto dei sapori che attraversa i secoli e avvolge i cuori di chi si lascia (ancora) trasportare dal loro incanto.
C’era una volta, tra i monti del Cilento, una fiera che affondava le radici nella storia: la Frecagnola di Cannalonga. Ogni anno, all’arrivo di settembre, il paese si vestiva di profumi, colori e suoni, e in piazza scendevano due vecchi protagonisti, capaci di attirare lo sguardo e il cuore di chiunque vi passasse.
Si raccontava, fin dai tempi più antichi, che entrambi discendessero da Grande Capra Suprema, custode dei sapori e dei segreti del Cilento. Da quella stirpe sacra erano nati entrambi, diversi nel carattere e nell’aspetto, ma uguali nell’essenza, legati da sangue e aroma.
Ogni anno si contendevano il titolo di re o regina della Fiera, aprendo un comizio spontaneo, teatrale e quasi rituale, che si ripeteva come un eco di tradizione immutabile.
La prima a farsi avanti era sempre Cusutula, elegante, fascinosa, quasi sospesa tra mistero e luce. La sua forma ricordava uno scrigno segreto, pieno di uova, pane, aglio e prezzemolo.
«Io sono il segreto ben custodito della tradizione», annunciava con voce melodiosa e magnetica. «Chi mi prepara deve possedere cura, pazienza, devozione. Mi puoi gustare in bianco, delicata e intima, o al sugo, audace e ardente. Non sono per tutti… solo per chi sa attendere e assaporare la magia nascosta in ogni boccone».

Tra sbuffi di brodo e vapore che avvolgevano la piazza come un velo profumato, arrivava puntuale Bollito, con passo deciso e sorriso largo.
«Io non conosco segreti», proclamava con voce tonante che vibrava tra le case. «Io sono il piatto che tutti ricordano, quello che fa parlare di sé a ogni Fiera. Se lei è lo scrigno segreto, io sono la piazza intera: solido, diretto, avvolgente. Carne e brodo. Alla Frecagnola non si poteva dire di esserci stati davvero senza avermi assaggiato almeno una volta».

Un anno in particolare, Cusutula non si fece scendere giù il solito discorso sulla tradizione di Bollito e ribatté, piccata: «Anch’io sono tradizione! Non meno di te. Solo che esigo attenzione, rispetto, e questo non mi rende meno potente».
«E io sono la tradizione che tutti ricordano», ribatté Bollito, con tono calmo ma inflessibile. «Non per merito mio, forse, ma perché il mio aroma si confonde con il respiro stesso della festa».
La piazza rise, si animò, si divise forse ancora di più tra chi bramava il calore del brodo e chi desiderava l’abbraccio segreto della tasca. Un fervido vociare si diffuse tra le vie, un coro di curiosità e desiderio, si arrampicò sulle case… il paese intero scivolò nel dilemma epico della fiera: Cusutula o Bollito?
All’improvviso, i due, da spettatori di quella scena delirante che li aveva quasi pietrificati, si ripresero la scena, si guardarono negli occhi e, prendendosi per mano, si rivolsero alla piazza con autorità e complicità:
«Suvvia! Fate silenzio! Alla Frecagnola non si viene per scegliere. Si viene per respirare l’aria della festa, quell’intreccio di sapori, di sguardi e di voci che da secoli ci accompagna. Noi siamo due voci della stessa canzone, due racconti della stessa terra. E senza l’uno, l’altro non avrebbe lo stesso sapore. Se vi sembra difficile decidere, non tormentatevi: mangiateci entrambi!»
La piazza, dopo alcuni secondi di silenzio, esplose in un applauso fragoroso, la sua commozione e gioia diventò un’onda che sembrava avvolgere ogni casa, ogni vicolo, ogni ricordo delle generazioni che avevano respirato la Frecagnola prima di loro.
E mangiarono tutti(o) felici e contenti!