Le luci rosse vengono spesso usate nei banchi delle macellerie per un motivo molto preciso: rendere la carne più viva, più invitante, più rossa agli occhi del cliente. È una strategia estetica: sotto quelle luci calde, spariscono le sfumature verdastre o grigie che si rivelerebbero con una luce bianca fredda. La carne sembra più fresca, più giovane, più desiderabile. E le vendite crescono. Non si tratta di inganno, ma di trucco: una forma di marketing della materia prima, che la fa apparire al meglio. Uno stratagemma antico, ma efficace.
Ma se ci spostiamo dalla macelleria alla strada, a quel fiorino che vende ’o pere e ’o muss, quella stessa luce rossa prende un altro senso. Non c’è vetrina, né esposizione da banco. Niente confezioni, niente atmosfera modificata. Solo pezzi di frattaglie su taglieri bagnati, coltelli e arrotini, sale che esce da corni bianchi, limoni, limoni, limoni. Lì, la luce rossa non serve a valorizzare, non esalta, non maschera. Stordisce.
Non ho trovato nessuna fonte storica che spieghi perché proprio quella luce. Qualcuno di voi lo sa? Mi piacerebbe scoprirlo.
Considerando altre storie antiche, forse è solo una questione pratica: in una strada buia, una luce rossa si vede da lontano, come un piccolo fuoco acceso nella notte. Forse è un gesto teatrale, come le antiche stese dei venditori napoletani, che un tempo richiamavano i passanti con voci ritmate e cantilene. O forse i “carnacuttari” ereditano l’eco delle lanterne rosse dei quartieri del desiderio, delle vie proibite, dove la luce accesa segnalava la presenza, ammorbidiva i volti, rendeva ogni cosa un po’ più sensuale, un po’ più viva? Forse quella luce, in qualche modo, ammalia anche qui.
In mancanza di prove, mi piace pensare che, come me, nessuno sa perché quelle lampade si colorano di rosso e non di un altro colore, che si sia persa la verità nel tempo e che resistono nei vicoli bui, o tra quelle altre luci scintillanti delle feste, per tutti quelli che, come me, non gli resistono mai. Mi fermo e chiedo ogni volta cos’è quella roba — anche se sul quinto quarto potrei scrivere un manuale artusiano. Ogni volta ripeto la stessa scena: faccio la finta tonta, ascolto il racconto mentre le mani affettano, chiedo il sale abbondante alla fine, domando da dove arrivano le frattaglie. Magari mi segno anche il numero.
Ma ve la immaginate una strada buia piena di ’o pere e ’o muss? Altro che street food patinato. Questa è un’epifania al sale e limone. Rosso memoria.
